Piccoli gesti curano

Se si vuole fare in modo che la persona anziana non autosufficiente non viva per essere assistita ma sia assistita per vivere, le cure rivolte al suo corpo vanno accompagnate dalla relazione che deve essere inserita in uno spazio, in un tempo, in una storia, in una rete di altre relazioni che diano significato alla sua vita.

Nel nostro lavoro, la conoscenza dell’anziano e della sua storia di vita, è fondamentale per potersi relazionare in maniera “educante” dove per educante non si intende far imparare qualcosa o assumere una posizione di superiorità ma generare una “convivialità relazionale”, piena di linguaggi affettivi ed emotivi, in grado di promuovere la condivisione di quei valori che fanno sentire gli anziani come parte di una comunità vera e viva che si prenda cura di lui.

In questa relazione il riconoscimento e il rispetto diventano fattori capaci di offrire, alla persona con difficoltà, la possibilità di percepirsi come soggetto, come persona a pieno titolo, attore della propria vita anziché come oggetto di compassione o come destinatario di prestazioni assistenziali.

Le modalità comunicative e relazionali possono fare la differenza nell’agire quotidiano e devono avere lo scopo di far sentire l’altro meglio o “il meglio possibile”.

Se è importante che le attività e gli interventi proposti siano condivisi con la persona, coinvolgenti e adatti alla tipologia di utenza che si ha davanti, altrettanto importante è la qualità della relazione che si instaura con l’anziano. La relazione deve essere voluta, cercata, mirata, non casuale, passeggera o di contorno.

Così pensata la relazione, nelle passeggiate, durante le conversazioni, nei momenti di ozio così come durante le attività, permette di comprendere come sta la persona, quali sono i suoi sentimenti, emozioni e bisogni.

La quotidianità quindi diventa il vero terreno dove possibile instaurare relazioni significative.

Spesso nella quotidianità dei giorni, dei gesti, delle abitudini c’è il rischio di perdere di vista l’altro e le sue risorse/potenzialità. Troppo spesso infatti delle piccole cose e del loro valore non si parla.

Ma è proprio nelle attività di cura, nelle piccole attività (agli occhi di qualcuno modeste, banali, semplici, persino monotone e ripetitive) che si gioca la potenza della relazione.

Le attività della vita quotidiana, a seconda di come vengono eseguite, possono essere vissute da chi le riceve (in questo caso l’anziano) come importanti e significative oppure come fredde e assistenziali.

Se impariamo a considerare l’altro come persona e non come “malato” o bisognoso di assistenza, riusciremo a regalargli quella sensazione di persona ancora viva. Sensazione che spesso l’anziano non prova più perché intrinso dal senso di inutilità, frustrazione e generale malinconia.

Nel fare questo bisogna essere consapevoli che tutti noi abbiamo dei limiti e che facciamo parte di una stessa comunità. Bisogna imparare a uscire dal pensiero che distingue un NOI da un LORO.

Noi dobbiamo diventare lo strumento che con i nostri gesti, le nostre azioni quotidiane diamo senso e valore al “qui ed ora” che viviamo assieme ai nostri anziani.

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